La porta dietro l’armadio -un racconto di Rinaldo Ambrosia-

La porta dietro l’armadio -un racconto di Rinaldo Ambrosia-

All’apparenza quell’arco in vicolo Santa Maria 7, o meglio in piazzetta dei Maestri Minusieri, nulla possiede di strano. È la notte a impossessarsi delle figure che ornano l’arco e ad assegnare loro il ruolo di presenze vive. È la notte a suggerire che nell’affresco dipinto sul muro seguendo i dettami artistici di De Chirico si possa entrare facendo un solo passo.”

Torino il diavolo e altre cose.

Luciano Del Sette e Marco Torello

 

Al 5 di via Montebello, la signorina Frisa, inquieta, si aggira per casa. Da una decina di giorni è pensionata. Osserva il suo viso (magro e ilare, dove un corto caschetto di capelli candidi, mette in risalto l’azzurro dei suoi occhi), riflesso nello specchio appeso sopra il cassettone. Le sue mani, in modo automatico, scivolano, lungo i fianchi, sino alle tasche dei pantaloni. Magra è magra. Lo è sempre stata. Ma, nonostante gli anni, conserva ancora un’immagine graziosa. Il suo vero nome è Maria, ma da sempre, per via del suo fisico alto e asciutto, per tutti è Frisa.

Un paio di amori andati male, il ripiegarsi in modo accanito sul suo lavoro di bibliotecaria, l’abbandonarsi alla lettura, da sempre la sua passione prediletta, e gli anni sono trascorsi via veloci. Ora eccola qui, a distendere con la mano le pieghe del golf riflesse dallo specchio.

L’ombra della Mole si allunga sul marciapiede. Maria sfiora con lo sguardo l’edificio antonelliano illuminato dal sole, carezza distrattamente il portaritratti sopra il cassettone con la fotografia di Anna, la sua nipote prediletta, e apre il cassetto che contiene ritagli e articoli su curiosità torinesi.

Solleva il primo foglio, inforca gli occhiali appesi al collo con una cordicella scura (niente metallo luccicante, per favore!).

Il foglio è una fotocopia in cui s’intravede un cascinale immerso nella neve, con la scritta: Domus Morozzo, e in primo piano la riproduzione di una lapide. Legge:

 

1556

NOSTRE DAMUS A LOGE ICI

ON IL IIA LE PARADIS LENFER

LE PVRGATOIRE IE MA PELLE

LA VICTOIRE QVI MHONORE

AVRALA GLOIRE QVI ME

MEPRISE OVRA LA

RVINE HNTIERE

 

Poi pensa:

Già, la lapide di Nostradamus. Stando ai cultori dell’esoterismo, ogni lapide condanna la persona che ne porta il nome a rimanere imprigionata per sempre in quel luogo; altro che le centurie…

Strana città questa, dove Nietzsche parla ai cavalli, si sostituiscono nelle culle i re, le palle di cannone francesi sono disseminate dovunque come bonbon, e si continua a sfornare automobili e brioches. Mah, chi la capisce è bravo!

 

Lo squillo del telefono interrompe il flusso dei suoi pensieri.

– Zietta?

– Oh, Anna!

– Senti, zietta, ho trovato una cosa per te.

– Oh bella! e che cos’è?

– Guarda, non te lo dico, non ti muovere di casa, corro io lì da te.

Dieci minuti d’orologio, ed è il rumore dello scooter in strada, seguito dallo squillo del campanello, a distogliere nuovamente Frisa dai suoi pensieri.

 

Anna è vitale e fresca come i suoi ventidue anni.

– Ehi, che guance gelate che hai!

– Oggi il tempo non scherza, zia! – Anna si toglie il casco, si libera della giacca da sci, e ne estrae dalla tasca interna una busta che sporge alla zia.

– Ecco, zietta, l’ho trovata incastrata tra i legni di un antico canterano che sto ristrutturando, vedrai che sorpresa!

Frisa apre la busta e dispiega un foglio ingiallito dal tempo. Tracciate a matita, con elegante grafia, legge:

 

“Nella più lunga notte d’inverno

nell’isola di San Liborio,

dove sopravvivono antichi mestieri,

si aprirà la grande porta dell’Averno”.

 

***

 

Ludvig Kielmann, dagli amici detto famigliarmente “Kiel”, passeggia con il suo pointer lungo il Po. Kila, curiosa, punta ogni cespuglio, annusa l’aria, inspirando l’odore di foglie secche, starnutisce vistosamente e scodinzola. In questi giorni si è presa una brutta blefarite, le sue ciglia sono come ciliegie mature. La cagna dalle ciglia rosse punta il muso contro il fiume dove due canoe scivolano silenziose sull’acqua. Eh, brutta cosa la pensione, caro Kiel. E brutta cosa è quest’insonnia che ti nasce dentro e ti costringe a vagare di notte per la città. Quartiere dopo quartiere, isola dopo isola.

Da quando hai lasciato la questura e il tuo ufficio di corso Vinzaglio (ispettore di polizia), la vita, da quel gran brusio che era, si è affievolita. Sì, gli amici al bar sono sempre gli stessi, così come le partite a scopone scientifico (ma voi, ve lo vedete un ispettore di polizia con l’hobby dei francobolli?), e i giorni della settimana. Non come quel tuo amico Guido Baretti, quello dell’esercito, con la passione degli scavi. Lui sì, che scavando la notte, resuscita il passato di questa città. Ricordi quella volta che ti ha coinvolto nei suoi giri notturni (tanto sottoterra il giorno e la notte, come sposi, si confondono entrambi). Vi eravate dati appuntamento nei pressi di corso Matteotti. “Vedrai, sarà interessante”. Ti aveva detto Baretti, poi, veloce come un prestigiatore, aveva messo le transenne e aperto un tombino. Al suo interno, una scala a chiocciola vi aveva portato sino al livello della galleria. Buio e umido. Rivoli d’acqua colano lungo una parete. Il fango ricopre l’intera struttura. Baretti ti spiega che tutta la fortificazione era invasa dal fango e che i volontari hanno dovuto liberarla con secchi, carriole, e anni di buona volontà. Ma tu, Kiel, sei già lontano con il pensiero.

Vi incamminate in fila indiana. I lampi di luce proiettati dalle pile squarciano il buio del corridoio. Passate attraverso parti della galleria franata; si intravedono le fondamenta dei palazzi costruiti negli anni settanta: grigi artigli in cemento armato che affondano nella terra.

Baretti, entusiasta, parla, delle sue ricerche, degli scavi, ti sporge una fotografia di una lapide, dicendo:

– Guarda, si trova di tutto sottoterra.

Sulla foto, una lastra in pietra rischiarata da un colpo di flash, si evidenzia una scritta.

 

NELLA NOTTE PIÙ LUNGA D’INVERNO

NELL’ISOLA DI SAN LIBORIO

DOVE SOPRAVVIVONO ANTICHI MESTIERI

SI APRIRÀ LA GRANDE PORTA DELL’AVERNO

 

E da splendido anfitrione, Baretti ti racconta della leggenda del dio Moloch, e del tributo in vittime umane che i fenici-cananei dedicavano a questa divinità attraverso la “Grande Porta”. Poi ti narra di una leggenda urbana che vuole che questo “divoratore di sangue” continui a estendere anche oggi la sua influenza attraverso uomini o edifici, attirando le sue vittime come un ragno nella tela. Ascolti le sue parole, mentre con il piede eviti una pozza d’acqua. Ma lui è nuovamente assorbito dalla struttura muraria, e estasiato dice:

– Qui c’è il corridoio detto a biscia; da queste feritoie i difensori sparavano sugli attaccanti… osserva come sono regolari le strutture in mattoni… come l’opera è ben rifinita nonostante lo scopo per cui era prevista.

Eh sì, ispettore, guardi i mattoni, ma sei assente. Pensi a lei, vero?

Ma che diavolo… – dice lui; già, ma lui che ne sa dell’amore? È immerso nelle sue mura, nelle gallerie. Queste costruzioni reggono tutto il peso della sua vita. Anni di ricerche, documenti e scavi. E ancora scavi. Ascolti distratto le sue parole, sul muro della parete di fronte non vedi più i mattoni sabaudi, ma il viso di Luisa, grande come un manifesto pubblicitario che ti sorride. Senti il suo profumo aleggiare nell’aria, così forte e intenso che copre l’odore di fango e muffa. E all’improvviso ti senti soffocare e vuoi uscire.

– Mio Dio, questa storia mi sta facendo diventare matto! – esclami, accasciandoti in un angolo, con la testa racchiusa tra le mani.

 

***

 

– Strano davvero questo scritto. Dov’è che l’hai trovato, Anna?

– In quel mobile che sto restaurando, pizzicato all’interno del vano di un cassetto. Probabilmente è scivolato lì. Ma che cosa vorrà dire?

– Sembra l’indicazione di un luogo, di un passaggio: “La grande porta”. Davvero singolare Anna. Qui ci vorrebbe la signorina Servetti, grande esperta di esoterismo!

– Zietta, il triangolo magico: Torino, Praga e Lione!

– Sì, biglietto di andata e ritorno! Anna, fammi il favore; i triangoli lasciali ai geometri! Ora sentiamo cosa ne pensa tota Servetti.

Anna si piazza alle spalle della zia, incolla l’orecchio alla cornetta del telefono, e ascolta la conversazione.

 

– Cara la mia Frisa! Che piacere sentirla!

– Oh, tota Servetti; immagino che sia sempre occupata dai suoi pianeti, i tarocchi, diavoli e fantesche.

– Insomma… D’altronde il personale è quello che è… e io, coccolata dai miei acciacchi, mi difendo come una vecchia strega!

Entrambe scoppiano a ridere, poi Frisa le legge il biglietto.

“Fuori i compagni dalle compagne”.

– Ma no zietta. Quello è il biglietto da visita di Mara, sai la mia amica del circolo femminista! Ecco, tieni l’altro foglietto.

Tota Servetti, dopo l’ascolto, esordisce dicendo:

– Ah, cara Frisa, certo che sibillino è sibillino questo messaggio. Si sposa benissimo con il 45° parallelo, quello del Bene e del Male, e la nostra città vi è adagiata sopra. Una porta, “La grande porta”; tutto lascia supporre ad un luogo dove avviene un passaggio… Bè, la notte più lunga dell’inverno è quella del solstizio! Ma quella strana faccenda dei mestieri nell’isola di Liborio, non mi dice proprio nulla. Se mi viene in mente altro le farò sapere, intanto si riguardi, e ora che ha finalmente del tempo libero, spero vorrà farmi visita più spesso.

 

Anna nel frattempo ha sfilato dagli scaffali della libreria il grosso volume del dizionario, lo consulta freneticamente, poi esultante, lo porge alla zia.

– Ecco, zietta, guarda un po’ qui!

 

Solstizio

[sol-stì-zio]

Definizione:

  1. m. (astr.) ciascuna delle due date dell’anno, il 22 dicembre e il 21 giugno, in cui si ha in ognuno dei due emisferi alternatamente la notte più lunga e il giorno più lungo | punto solstiziale.

 

Dunque, cara Anna, si tratta di domani sera, il 22. L’isola di San Liborio la conosco bene; è in pieno centro, dove c’era la vecchia sede dell’anagrafe. Mancano ancora due elementi del nostro rebus: la faccenda degli antichi mestieri, e la grande porta. Ma, porte e portoni, in quella zona, di certo, non ne mancano.

– Zietta, abbiamo tutto il pomeriggio a disposizione per cercarlo. Domani sera, a mezzanotte in punto saremo là.

– Ma tu sei tutta matta! Io, domani sera, la passerò davanti al televisore, godendomi l’Aida diretta dal mio caro Muti!

– Ma come? zietta!

 

 

***

 

Baretti ti ha accompagnato all’aperto. Barcolli leggermente, caro Kiel. Inspiri profonde boccate d’aria, osservi il corso che è diventato un parcheggio, guardi le poche foglie rinsecchite dei platani, e pensi a lei; questa donna è la tua droga!

 

Era sera, ricordi? Luisa ti aveva detto di non voler uscire, non quella sera. Un po’ di raffreddore, capita. Camminavi, e i tuoi percorsi si richiudevano automaticamente sotto casa sua. Avevi sollevato lo sguardo verso la sua finestra (quante volte avevi ripetuto quel gesto?), la luce era spenta. Ecco, ora è a letto, avevi pensato attraversando la strada. All’ombra dell’androne del palazzo di fronte avevi acceso una sigaretta. Poi, un’auto aveva accostato a fianco del marciapiede di fronte, e Luisa era salita a bordo. Avevi visto bene, era proprio lei. Istintivamente, avevi annotato mentalmente il numero di targa (alla propria professione, come al destino, non si sfugge, caro ispettore) e telefonato in ufficio, facendoti passare l’archivio automezzi, mentre, affannoso, cercavi attorno a te un taxi.

Eri riuscito a fermarne uno e salirci sopra al volo, mentre le tue parole scandivano il logoro copione da film.

“Segua quell’auto!”.

E mentre la città ti ruotava attorno e le gomme della macchina mordevano l’asfalto, tu lucido, pensavi che il collega dell’archivio si era dato proprio da fare; la vettura apparteneva a un certo Fabio Russo, residente in via Segurana 36. Due passi dalla caserma di via Asti. Allora, tagliando per le vie di questo enorme foglio a quadretti che è Torino, avevi anticipato il loro percorso. Ti eri fatto lasciare su corso Casale, e dopo pochi passi, eri giunto nei pressi della via. E, come un ragno in un buco, avevi atteso nell’ombra le tue prede.

Qualche istante dopo era giunta la loro macchina. Luisa era scesa ridendo, aveva preso sottobraccio l’uomo ed entrambi erano entrati nel portone. Avevi visto accendersi le luci al terzo piano. E dietro loro, eri salito anche tu, silenzioso come un felino e determinato come una lama. Le scale sapevano di cavoli e pipì di gatto.

Al terzo piano, la lucida targhetta in ottone riportava il cognome di Russo; dall’appartamento proveniva una musica soffusa. Ti eri seduto sull’ultimo scalino che portava alle soffitte, e lì, nell’ombra, avevi iniziato l’attesa.

 

***

Frisa esce di casa. Si guarda intorno. La notte è già iniziata, un quarto di luna illumina il cielo. È la notte più lunga dell’inverno. Ora ci siamo, pensa Frisa, allontanandosi verso via Po. Alcuni passanti corrono via frettolosi. La rassicurante geometria dei portici, con le sue luci gialle, accompagna i suoi pensieri.

 

Altro Che Aida e Muti, fa un freddo cane, stasera. Povera Anna, moriva dalla curiosità; certo non immaginava che quel luogo riferito a ”antichi mestieri” non può che essere la “piazzetta dei Mastri Minusieri”.

 

Le luci di piazza Castello si riflettono sulle lastre di pietra umide. Frisa raggiunge via Barbaroux, e l’ampia bolla di luce della piazza, cede ad un budello d’oscurità. I rumori della piazza giungono attenuati, solo l’eco dei suoi passi rimbomba e si infrange tra le maglie delle serrande chiuse delle botteghe, e i portoni che si aprono bui e improvvisi. Androni male illuminati assorbono, come spugne, le rare presenze di vita. Ora un lieve eco di passi si sovrappone a quelli di Frisa. Lei si volta, ma la strada è vuota. Un gatto, disturbato, scivola via veloce da un cassonetto della spazzatura.

Forse era davvero meglio Muti, stasera. Pensa Frisa, attraversata da un brivido. Ancora l’eco di passi, che rimbalzano sui muri, che inseguono la sua ombra.

La piazzetta, minuscola e di forma triangolare, si apre improvvisa alla sua sinistra. Una piccola fontanella, un toretto, con il suo getto d’acqua rompe il silenzio della notte. Di fronte, un palazzo fatiscente, porge il timpano del suo androne (completamente murato) con un trompe d’oeil. Un loggiato seicentesco si apre con le sue volte a vela su un pavimento bianco e nero disegnato a scacchi. In profondità, verso sinistra, ancora una fuga di pilastri e volte a crociera. Sul lato destro della pittura, in cima a quattro scalini, un armadio a due ante troneggia mascherando una porta, anch’essa dipinta con buona tecnica.

Frisa osserva meglio il dipinto. L’armadio non lo aveva mai notato. Strano.

Ancora l’eco di passi sul selciato.

Dal vicolo laterale, avvolta nell’ombra, è sbucata una persona che ora avanza verso lei.

Frisa sistema meglio gli occhiali sul naso, strabuzza gli occhi, cerca di dar forma a quei contorni, mentre tutti i suoi muscoli sono immobili, pietrificati. Ancora pochi passi e si fronteggiano.

 

– Zietta?!

– Anna?!

– Che spavento che mi hai fatto prendere, Anna!

– Perché tu no? Ma non dovevi guardare Muti, stasera, zietta?

– Ho cambiato idea e …

– Guarda zietta…!!!

 

Una luce improvvisa e intensa, investe le due donne. Proviene dal disegno sul muro, dove la porta nascosta dall’armadio, come una conchiglia, ha dischiuso la sua valva. Un luminoso corridoio si apre verso l’interno dell’edificio. Nell’aria, i rintocchi di un campanile. Mezzanotte in punto. Le due donne, dopo un dubbioso sguardo d’intesa, attraversano la porta, prontamente fagocitate dal muro.

 

 

***

 

Il tempo è passato con il ritmo della notte. E tu, caro ispettore, attendi immobile nell’ombra. La porta dell’appartamento è là, delineata dal tenue riflesso di un lampione. Dietro a quella porta c’è Luisa. Ti alzi, e come un guerriero ninja, scendi le scale. Appoggi l’orecchio sulla porta. Nessun rumore. Nessuna luce. Una sottile lama nella serratura, un lieve scatto, e sei dentro all’appartamento. Ti sfili le scarpe mentre ascolti il silenzio di questa casa. Chiudi per un istante gli occhi, per immergerti nel buio, poi felpato ti muovi.

La sala è immersa nella penombra, su un tavolo bottiglie di liquore, bicchieri e un posacenere pieno di cadaveri di sigarette. Da un acquario, una luce bluastra si diffonde nell’ambiente. Un pesce nuota pigro muovendo lentamente le pinne. Osservi, incantato, i suoi movimenti ipnotici, poi scivoli tra due piante e guardi nel corridoio. Senti da una delle porte aperte provenire il rumore dei loro respiri, poi un lieve russare. Sei appoggiato allo stipite della porta. Il viso dell’uomo è rivolto verso la parete; il lenzuolo, stropicciato, copre malamente una porzione del corpo.

Balzi leggero al suo fianco. I tuoi guanti si chiudono sulla sua faccia, ruoti di scatto la sua testa, mentre gli appoggi sopra il tuo ginocchio sinistro, caricandolo con il peso del tuo corpo. La notte è interrotta dal rumore di una vertebra che si spezza. Poi ancora silenzio. Lei, disturbata nel sonno, si è rigirata nel letto, e continua a dormire. Il suo viso, ora, è rivolto in alto, affossato nel cuscino.

Appoggi il tuo orecchio sul torace dell’uomo (deformazione professionale), il cuore è assente. Sfili il cuscino da sotto a quella testa che ora si piega in tutte le direzioni. Ti avvicini a lei, osservi le sue palpebre chiuse, il taglio delle sue labbra (quel lieve rossore sul collo) e appoggi il cuscino, leggero come l’ala di una farfalla, sul suo viso. Poi premi, sempre più forte. Costante e forte, come in una prestazione agonistica, mentre il suo corpo si inarca, e le sue braccia artigliano il vuoto, in cerca d’aria, e ancora aria. Molecole che non ci sono più, che non riescono a attraversare lo strato di gommapiuma e cotone. Ancora un lieve tremolio poi il corpo, eliso, si arrende alla vita.

E, per un istante, il tuo orecchio è nuovamente appoggiato sul suo seno sinistro, attento a percepire il minimo suono proveniente da quella gabbia toracica. Ancora nulla.

Ti alzi, e cammini nella camera, scavalchi, attento a non calpestarle, le calze di Luisa, poi attraversi la sala. Il pesce è lì che si muove con lenti movimenti, ti avvicini, guardi quell’occhio inespressivo, la sua bocca che ingerisce acqua, le striature colorate del corpo, la leggera velatura delle sue pinne. Poi ti allacci le scarpe e esci da quella casa. Sei stato fortunato caro ispettore! Non hai trovato il solito nottambulo sulle scale, o la vecchietta insonne. L’intera casa sembrava immersa nel torpore della notte. E anche la strada era deserta.

Hai camminato, dove non lo sai neanche tu. Ma hai camminato tutta la notte, solo, tra i quartieri e le piazze di questa città.

 

***

 

Il pointer (55centimetri al garrese) corre verso una siepe, annusa alcuni rifiuti abbandonati tra la melma della riva, punta un cespuglio e si immobilizza, sogna l’alzarsi in volo di un fagiano. Il fiume ha il colore denso del catrame liquido, si intuiscono già le prime ombre della notte. La città si accende di luci come un presepe. Non credi più in Gesù Bambino, vero ispettore?

Richiami con un fischio Kila, le allacci il guinzaglio e ti dirigi stanco verso la tua abitazione. La città ha perso ogni punto cardinale. Hai preparato la cena a base di pasta e cereali per il tuo cane (un panino per te è stato sufficiente) e poi sei sceso nuovamente in strada. Percorri il cuore di questa cartesiana città. Cammini, incroci rari e frettolosi passanti. La gente ama riunirsi in gruppo, sentire il calore dei propri corpi. È solo una tua sensazione, ispettore, oppure trascini il vuoto attorno a te? Senti freddo. Possibile che non ci sia una sola persona persa tra i suoi sogni e le sue paure, che cammina sulla tua stessa strada?

Ti sei acceso una sigaretta mentre pensi a come doveva sentirsi Caino. Hai sorriso. Ora lo sai, ispettore. Ne sei consapevole, come queste pietre che calpesti con i tuoi piedi, come queste finestre sbarrate, come quelle due donne che entrano in quel muro, come quel quarto di luna che ti sta sopra la testa… QUELLE DUE DONNE CHE ENTRANO IN QUEL MURO???

ACCIDENTI, ISPETTORE!!! Una scarica di adrenalina attraversa le tue sinapsi. Ecco, i tuoi sensi sono nuovamente all’erta. Di corsa, temendo un miraggio, le hai seguite. Ispettore: ti sei tuffato anche tu dentro quel muro.

 

***

 

Il corridoio è illuminato intensamente. Frisa avanza in preda a stupore e torpore, uno stato di calma ha invaso le sue vene, i suoi muscoli. La luce pur essendo forte non è fastidiosa. Le sembra di aver fatto pochi passi, ma ha perso ogni senso di orientamento e con esso anche Anna. Ha provato a chiamarla più volte, ma le sembra come quando da bambina si perdeva nel cortile della scuola. Immersa in un fitto nebbione chiamava disperatamente le proprie compagne. Ha continuato a sognarlo per anni, quel ricordo angoscioso. La Grande Porta, il muro da cui è entrata sembra essersi dissolto, scomparso. Ovunque nubi lattiginose. Ora la luce si attenua e delinea contorni e forme. Scaffali, un labirinto di alti scaffali colmi di libri. Frisa accarezza i dorsi dei libri; in fondo, tutta la sua vita è stata attorniata da queste forme, da questi volumi. Percepisce, man mano che avanza tra questi spazi, una lieve variazione, ma è talmente impercettibile che non riesce a identificarla. Sembra che tutto ondeggi leggermente, ma potrebbe essere l’effetto di questa strana luce. Anche il corridoio tra gli scaffali sembra più stretto, anzi ci si fa fatica a girarsi; e dire che lei è proprio sottile, una briciola: una frisa.

Alcuni libri cadono ai suoi piedi, curiosa ne solleva un paio, e appoggiati gli occhiali sul viso, li sfoglia. Rivede con piacere, le illustrazioni di Alice, lo Stregatto, il Cappellaio matto, il Coniglio bianco. Interrompe la lettura, sente una massa premere contro la schiena. Si gira. Uno scaffale le sbarra il percorso. Percepisce un movimento alle sue spalle. Solleva la mano dietro il capo. La punta delle sue dita sfiorano dure copertine cartonate. Ora anche i due scaffali sui suoi fianchi le sono addosso. Frisa, sarcastica, pensa: “E dire che sinora la lettura non mi ha mai fatto del male”. Prova a spostare, a spingere lo scaffale di fronte a lei, ma questo non si muove di un millimetro. Dall’alto, come i granelli di sabbia di una clessidra, numerosi libri scivolano a terra, riempendo lo spazio tra lei e gli scaffali. Le sembra di affondare nelle sabbie mobili. Il suo corpo ora è completamente avvolto e saldamente incastrato tra i libri.

I libri, per i libri, nei libri, tutta la sua vita.

Stringe le palpebre, mette a fuoco il dorso di un volume che è al livello dei suoi occhi, legge: La Bibbia.

Le / è / sempre / sembrato / un po’ / violento / quel / libro.

 

***

 

Anna ha urlato più volte il nome di sua zia. Si sente sola, perdutamente sola. Prosegue lungo il budello luminoso. Di tornare indietro non se ne parla nemmeno. Ha completamente perso il senso dell’orientamento. Dovunque le sue mani tocchino, percepisce una sensazione di tepore. Nebbia, tepore e aria calda.

Cammina in questo non spazio che inizia ad accennare la presenza di masse dal contorno confuso.

 

Sente pulsare potente il cuore contro le costole.

I suoi polmoni si contraggono e si espandono velocemente.

Le sue labbra sono serrate.

La gola è secca.

Si dirige con le mani protese in avanti, muovendosi come una sonnambula.

 

Le sue dita sfiorano una superficie di legno. Un grosso e antico armadio le sbarra il cammino. Automaticamente pensa: “Seicento; forse un armadio da sacrestia”. Gira attorno all’ostacolo e si ritrova in un labirinto di stili. Tavoli, sedie, divani, scrivanie e letti, sono accatastati l’uno sull’altro, in un apparente disordine. “Carlo X, William & Mary, Giorgio II, Rococò, Neoclassico preimperiale” pensa, selezionando in modo istintivo i vari pezzi. La luce, passando tra gli interstizi dei mobili, vibra leggermente. Anna cammina in questa giungla di legno ferro e stoffa. Lo spazio ora sembra lentamente serrarsi come in una morsa. Le gambe delle sedie formano un labirinto invalicabile di zanne. Un sapore salato bagna le sue labbra. Le lacrime offuscano per un istante i profili dei mobili.

Zietta, sigh, Zietta… dove sei?

Una psiche le rimanda l’immagine di un volto contratto, segnato da rughe. Anna fatica a riconoscere in quell’immagine il suo viso. La ribalta di un cassettone da “scapolo” cade sul suo polso sinistro, mentre con il ginocchio urta contro il cassetto aperto di quel mobile palladiano. Una fitta lancinante: dolore che sale dal braccio sino alla spalla. Il ginocchio che duole. Anna protegge istintivamente con la mano destra il braccio contuso. Attorno a lei una nemesi di scricchiolii. Su una catasta di mobili, il ripiano di marmo di un cassettone, è vistosamente inclinato verso il basso, e lentamente scivola. Implacabile, la forza di gravità svolge la sua funzione, centimetro su centimetro.

Anna fissa questa lingua bianca che affiora dalla catasta di mobili e inesorabile punta su di lei, mentre sente il suono della sua voce urlare:

No… Non è giusto… Aiuto! … Ziettaaaa!

… Oh Madonnaaaa!!!

 

***

 

Il corridoio è illuminato da una luce intensa… e le due donne sono scomparse. Andiamo, ispettore, non mi dirai che te le sei perse! Ti guardi attorno stupito, consapevole di essere piombato nella peggiore delle tue veglie. Diavolo! esclami (e lo puoi ben dire!), un attimo fa distinguevi le loro ombre, avvolte da questo humus lattiginoso. Ora sono scomparse. Cammini, come sei solito fare in questa città, ma ora cammini nel nulla. Ti sembra di attraversare la matassa dello zucchero filato.

Sei fortunato come un cane in chiesa. Pensi a Kila, il tuo pointer, ora starà dormendo accucciata nel corridoio, ma la notte è ancora lunga. Si allunga a dismisura generando la fine dei tuoi sogni. Anche il sonno è soltanto più un ricordo lontano.

Che cosa vedi laggiù, ispettore?

Ti sembra una camera. Un letto matrimoniale avvolto in una luce bianca. Due corpi. Sì, due corpi nudi. Due braccia di donna sollevate verso l’alto. Un corpo femminile che si alza. Ora è in piedi davanti a te. Protende le sue mani aperte. Luisa vorrebbe abbracciarti. Indietreggi, un velo di sudore si forma sulla tua fronte, mentre lei avanza… Porti istintivamente mano alla pistola; in un attimo, e con un solo movimento, hai fatto scorrere il carrello, tolto la sicura e puntato l’arma contro lei.

Uno sparo. Un secondo sparo. Un terzo sparo.

Sul corpo di Luisa fioriscono tre piccoli crisantemi rossi. Ma le sue braccia continuano a essere rivolte in avanti, e i suoi piedi muoversi verso di te. Avanza a piccoli passi. Uno dopo l’altro, con un movimento fluido.

Scappi, ispettore, per la prima volta della tua vita, fuggi. Corri, con la carotide che pulsa, e i polmoni che ansimano, e il terrore in corpo. Corri nel nulla, nello spazio che insegue te stesso, come in un labirinto.

Ma cosa vedi laggiù, ispettore?

Ti sembra una camera. Un letto matrimoniale avvolto in una luce bianca. Due corpi. Sì, due corpi nudi. Due braccia di donna sollevate verso l’alto. Un corpo femminile che si alza.

Le mani di Luisa che cercano il tuo collo…

Un colpo. Un secondo colpo. Esplodi tutto ciò che resta del caricatore contro di lei e fuggi. … fuggi … fuggi.

Ma cosa vedi laggiù, ispettore?

Inserisci un caricatore nuovo nella piccola automatica, la rivolgi verso la tua bocca, appoggi le tue labbra sulla piccola sporgenza della canna. Senti il freddo del metallo, il gusto acre della polvere da sparo. Stringi più forte il grilletto, e un istante prima che le dita di Luisa si chiudano sul tuo collo…

Premi e spari!

 

***

 

La tazza di tè è sul tavolino del salotto. Tota Servetti, seduta in poltrona, sta sfogliando le pagine del quotidiano. Pensa che gli articoli di questo giornale assomigliano alle conversazioni di quell’inglese… come si chiama… Clementina, Guendalina? L’amica di Frisa, insomma! Che vecchia zia, quella donna!

Oggi, la memoria proprio si rifiuta di fare il suo dovere. Ormai è abituata a questi banchi di vuoto improvvisi; è come quando manca la luce, commenta la donna, ad alta voce. Un articolo della cronaca cittadina attira la sua attenzione, le ricorda qualcosa… ma cosa?

 

Crollo in un quartiere del centro: un isolato da anni attende
«lavori urgenti» Rinvenute tra le macerie tre vittime
Crollo nella notte Tre vittime

 

Il Cantiere aperto troppo tardi. Il primo piano dell’edificio crolla

nella notte. Lo stabile era espropriato. Le vittime ancora sconosciute

 

Questa notte, gli abitanti dell’isolato San Liborio sono stati bruscamente risvegliati dal crollo del primo piano di un antico palazzo antistante alla piazzetta Antichi Minusieri. L’edificio, che sorge proprio di fronte alla vecchia sede dell’anagrafe, da anni cade in rovina. Il piano di recupero, varato e approvato dal Comune, è naufragato in una logorante azione legale (tuttora in corso) che si trascina da anni, tra una compagnia d’assicurazioni, il vecchio proprietario e il Comune medesimo.

Alle ore tre circa, il primo piano dello stabile, gravemente danneggiato dalle infiltrazioni d’acqua e gelo, ha ceduto rovinando su sé stesso. Il peso delle macerie ha provocato la lesione e il conseguente sfondamento del pavimento del piano terra.

 

Si è così aperta una voragine che ha portato alla luce una sottostante galleria. I Vigili del Fuoco,

prontamente accorsi, hanno provveduto a transennare l’area e alle prime opere di messa in sicurezza dello stabile. Durante i lavori di sgombero e puntellamento, sotto le macerie sono stati rinvenuti tre cadaveri. I corpi, due donne e un uomo, estratti dalle macerie, erano completamente sfigurati e l’uomo stringeva tra le mani la fotografia di una antica lapide.

Si sta provvedendo al riconoscimento delle vittime, mentre il Sostituto Procuratore della Repubblica, il dottor Mario Vietti, ha aperto una procedura d’inchiesta per accertare le cause della morte delle vittime. Il Comandante dei Vigili, il sig. Franco Rossi, ha dichiarato che entro le ore 14 l’area sarà ritenuta completamente sicura e verrà riaperta al traffico, nel mentre proseguono le opere di consolidamento dello stabile.

 

   FINE

 

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